Roma e la sua amministrazione si vantano da anni di essere diventati la capitale “culturale” d’Italia, tra Notti bianche e super concerti al Colosseo. Peccato che questo valga solo quando sono in programma spettacoli di artisti “innovativi” come Elton John, Paul Mc Cartney e i Genesis, molto meno se si tratta di show che non siano nazionalpopolari. In questi casi, addirittura, il Campidoglio mette spesso i bastoni tra le ruote ad organizzatori autonomi, dimostrando una visione della cultura molto da “panem et circenses”, in cui l’evento serve solo in conseguenza del consenso che porta. Lo ha dimostrato (per l’ennesima volta) la recente vicenda che ha portato all’annullamento del previsto concerto di uno dei più innovativi musicisti contemporanei, l’irlandese Richard D. James, Alias Aphex Twin.
La parola agli stessi sfortunati organizzatori del concerto:
Dopo aver confermato con l'artista la sua apparizione romana, DNA Concerti e Rialtosantambrogio individuano nella ex Fiera di Roma la location idonea, non fosse altro perché da tempo divenuto insieme al
Palazzo dei Congressi "il" luogo per gli eventi di musica elettronica destinati a un grande pubblico.
Il Gabinetto del Sindaco, competente all'utilizzo dello spazio, informalmente accetta e concede il padiglione 23, dove vengono svolti sopralluoghi e acquisita la certificazione di impatto acustico. Solo a prevendita e promozione inoltrate, lo stesso Gabinetto del Sindaco ufficialmente non autorizza l'utilizzo del padiglione adducendo vari motivi (rivelatisi nei giorni seguenti non veritieri), fino all'ultimo che vuole l'ex Fiera utilizzabile solo per eventi istituzionali, quindi non commerciali.
A quel punto, fra la scelta di arrenderci e cancellare lo show, rinunciando alla possibilità unica di ospitare una delle quattro date mondiali per il 2007 di Aphex Twin, e quella di riprendere la ricerca di uno spazio alternativo, abbiamo optato per la seconda, trovando peraltro in tempi molto rapidi una location
appropriata: lo Zen Platz, struttura di imminente inaugurazione all'interno del LunEur che il caso benigno voleva pronta giusto per la data dello spettacolo. Purtroppo, nonostante avessimo preso tutte le
precauzioni per assicurarci che non ci sarebbero stati intoppi, ci siamo scontrati contro un inatteso parere negativo dato del tutto a ridosso dell'evento dalla Commissione Provinciale di Vigilanza inviato
a certificare l'idoneità tecnica dello spazio a ospitare manifestazioni. Riteniamo opportuno sottolineare che è previsto un secondo sopralluogo da parte della stessa Commissione per mercoledì 5 dicembre (a quindi quattro giorni di distanza), a conferma del fatto che le eventuali mancanze della struttura venivano giudicate rimediabili in poco tempo e, dunque, logicamente, non gravi o
strutturali; eventuali manifestazioni che potrebbero tenersi nello stesso spazio da qui a breve potrebbero testimoniare quanto sopra. A nulla sono valsi i nostri tentativi presso il Comune di Roma al fine di recuperare in extremis lo spettacolo presso la ex Fiera, tanto è che nella mattinata del 1 dicembre ancora lo stesso Gabinetto del Sindaco ci vietava l'utilizzo del padiglione 23, e alle nostre preoccupazioni circa le migliaia di persone che sarebbero affluite all'Eur ci si rispondeva che era un problema della Prefettura di Roma.
Ora, qualche nota di merito:
1) Non si capisce con quale criterio e arbitrio la Segreteria del Sindaco conceda l'utilizzo della Ex fiera di Roma, luogo pubblico, ad alcuni sì e ad altri no
2) A Roma non esistono spazi idonei a svolgere iniziative di caratura internazionale adeguati alle 5000 persone
3) Con quali giustificazioni ora il Comune di Roma concede l'ex Fiera per Amore 08, senza porsi, per questo evento, questioni e scrupoli legati al carattere commerciale dell'iniziativa (previsto un biglietto di ingresso a 35 euro), e addirittura lo assume magari ad evento istituzionale?
Abbiamo già detto che il buongiorno di solito si vede dal mattino, e che a livello locale quello del Partito democratico non era stato proprio il massimo, sotto il profilo della laicità. Questa non è fatta solo di diritti, ma anche di aspetti economici, e in questo momento di difficoltà e ristrettezze, forse certi privilegi della Chiesa andrebbero limitati se non aboliti. Su questi “sprechi”, a differenza di quelli previsti per i precari, non c’è però nessuno che alzi la voce, né i liberisti ad intermittenza del centrodestra né liberaldemocratici e “volenterosi” del centrosinistra. E perfino la temibile sinistra radicale resta muta: sarà che la Chiesa difende clandestini e romeni.
L’aula del Senato ha respinto l'emendamento presentato dai senatori della Costituente socialista Angius, Barbieri e Montalbano che prevedeva di far pagare l'Ici sugli immobili di proprietà della Chiesa che svolgono un'attività commerciale "anche nel caso in cui tale attività abbia carattere accessorio rispetto alle finalità istituzionali dei soggetti". Sono stati 240 i contrari (Cdl e Pd), 12 i senatori favorevoli e 48 gli astenuti (la sinistra “radicale”). Del resto, suore e chiese sono legati all’infanzia di moltissimi italiani, tanto che Il capogruppo della Lega nord a palazzo Madama, Roberto Castelli, ha potuto ricordare la sua infanzia all'oratorio «tra bevute di spuma» e «stringhe di liquirizia». Memorie, ha concluso, che l'emendamento socialista avrebbe voluto cancellare.
Peccato per Castelli che, proprio nelle stesse ore, le agenzie di stampa abbiano battuto quest’altra notizia:
Sono le piccole cose che spesso fanno la differenza, e danno il segno delle grandi tendenze, in una società. Oggi, due delle parole più abusate dell’epoca sono “sicurezza” e “legalità”: come se fossero state inventate oggi, come se trent’anni fa queste non avessero senso. Lo avevano eccome, e se avessimo la memoria meno corta lo ricorderemmo. Solo i nemici sono diversi: allora erano i “sovverisivi”, veri o presunti, oggi rumeni e zingari. La sostanza non cambia di molto, anche se speriamo ancora di non vedere i carri armati al centro di Roma o Bologna, come accadeva ai tempi di questo video. Nelle piccole cose, però, il bagno di “legalità” ha già fatto i suoi effetti, tra l’altro proprio in Emilia, come ci racconta la nostra amica Sara.
Quando mi volto incredula un uomo sulla quarantina comincia a farfugliare qualcosa: non capisco di cosa stia parlando, e soprattutto perché si stia rivolgendo a me. Qualche momento prima ho gettato un sacchetto di carta in un cestino, di quelli alti e neri. Cestino che come mi viene fatto notare dallo stizzito (e misogino?!) signore è un cestino PRIVATO.
Impossibile non chiedere delucidazioni sulla natura di un cestino privato.
Ora posso dire di saperlo, e nella fattispecie considerata è di proprietà della banca, possono utilizzarlo unicamente i suoi dipendenti per ciccarci le sigarette e ne è proibito l’uso ai comuni mortali.
D’accordo, ha ragione, mi scuso e faccio per andarmene. Ma al frustratissimo usciere dallo sguardo liquido le mie scuse certamente non bastano.
Siamo a Bologna, città della legalità, e ora tu quella carta la raccogli. Cerco di abbozzare, mentre penso che questo cestino privato deve essere di estrema pulizia, visto che il suo utilizzo è riservato esclusivamente a lindi fumatori della Carisbo di via Marconi.
Purtroppo il sacchetto che conteneva il mio tramezzino è finito in fondo al cestino più pulito della felsinea, e il mio braccio non arriva così in basso. Comunico la mia incapacità all’uomo che mi piantona come un tiratore scelto, e lui cosa fa? Mi suggerisce, mimandolo, un sollevamento della manica del cappotto che mi possa consentire un sicuro recupero dell’illegale sacchetto. Ecco, finalmente esplodo con un sonoro insulto e lo abbandono al suo destino di cecchino-usciere.
Attonita, mi chiedo lungo la strada: misoginia, caso isolato o riflesso della generale situazione di Bologna?
“Gli effetti vanno dall'insicurezza psicologica, progressiva, allo stress eccessivo e possono seguire gastriti, disturbi cardio-circolatori, problemi nervosi”. Questo frammento è preso da repubblica.it, e non riguarda nuove droghe o una malattia che si è diffusa di recente: no, è l’estratto di un articolo che parla di lavoro precario, e prosegue ricordando che “Prima ci sono contratti a progetto e lavori in affitto; c'è la questione sicurezza, la mancanza in molti casi di strumenti di protezione, la privazione di tutele e la relativa probabilità di infortuni. Perciò la diagnosi è molto seria: il lavoro precario fa male alla salute. Occorrono prevenzione e cura. Quanto prima”. Non si tratta di deduzioni dell’autrice, ma delle conclusioni di uno studio dell'Osha, l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che ha esaminato i rischi del lavoro temporaneo o a progetto, ormai ampiamente diffuso in tutto il continente.
Rischi che vanno dai carichi di lavoro troppo pesanti, che il precario non può rifiutare in quanto minacciato di mancato rinnovo del contratto, ai problemi nervosi che può determinare la mancanza di sicurezza verso il futuro, per non parlare del vero e proprio mobbing che i superiori possono, più facilmente, esercitare su chi non è sicuro della propria situazione lavorativa, fino all’assenza quasi assoluta di tutele sindacali e ammortizzatori sociali per gli “atipici”. Abbiamo visto persone che lavoravano come interinali minacciate di licenziamento (ovviamente in maniera “sottile”), solo per aver ipotizzato di iscriversi al sindacato, e nei call center si sprecano le avances sessuali di caposettore e capisala, che magari promettono alle ragazze un rinnovo di tre mesi se si mostrano “gentili” con loro. Tutte cose viste non (solo) nella profonda provincia meridionale, ma nella città di Roma capitale.
Sembra scontato voler combattere questo stato di cose, a partire da dove si può. Ma non tutti sono d’accordo, specie nel mondo politico. L’attuale opposizione, in massa, considera questi problemi robetta, rispetto all’incremento dell’occupazione che (a suo dire) si è avuto coi contratti “atipici”; ma anche nel centrosinistra, che prima delle elezioni aveva tra le sue parole d’ordine la “lotta al precariato”, sembrano esserci dubbi. In questi giorni, la maggioranza di governo ha proposto un emendamento per la stabilizzazione di molti precari della Pubblica Amministrazione (gli altri è più difficile aiutarli per decreto). Abbiamo già parlato della reazione dell’ex premier ed ex direttore della Banca d’Italia, Lambertow Dini, seguito a ruota dal nuovo campione del Partito democratico Marco Follini, già vicepremier con Berlusconi e ora tra i più vicini a Veltroni.
Ma il massimo lo ha raggiunto Nicola Rossi, deputato eletto coi Ds e poi uscito dal partito. Appartenente al gruppo dell’Ulivo alla Camera, quindi eletto anche coi voti dei moltissimi precari che hanno scelto il centrosinistra. E’ professore ordinario di Analisi economica presso l'Università degli studi di Roma "Tor Vergata", facoltà che paga gli stipendi con soldi pubblici; nella sua carriera, recita il sito ufficiale, “ha alternato l'attività operativa all'impegno accademico: fra il 1977 ed il 1980, ha lavorato presso il Servizio Studi della Banca d'Italia e, dal 1986 al 1987, presso la Divisione Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale”. Insomma, è famoso per il suo impegno nel settore pubblico. Nonostante la sua fedeltà allo Stato dei “lacci e lacciuoli”, il primo quotidiano italiano, fatto e stampato coi soldi dei principali gruppi industriali privati, il 5 novembre gli ha dato ampio spazio in prima pagina, per dire che l’eventuale assunzione a tempo indeterminato dei precari della PA sarebbe “la fine dello stato di diritto”. Nientepopodimeno.
L’articolo è troppo bello per essere riassunto, quindi lo potete leggere in versione integrale qui. Totò si chiedeva, in un famoso film, se fossimo uomini o caporali. Caporali sono molti di quelli che guidano le agenzie interinali, minacciando di licenziamento (o meglio, mancato rinnovo) chi prende un giorno di malattia. Uomini veri sono i “coraggiosi” come Rossi, che hanno il privilegio di poter scrivere le proprie opinioni sul Corrierone nazionale. E gli altri? Ma gli altri sono precari, naturalmente.
Se massacri quattro minorenni italiani diventi ricco e famoso, perfino se sei un Rom. Nel Belpaese, oggi, tutto è possibile, anche che mentre media e politici parlano di romeni e zingari come il primo problema del Paese, un Rom che da ubriaco ha investito un gruppo di ragazzini diventi una star della tv. Forse ad alcuni sembrerà paradossale, ma a rendere famoso Marco Ahmetovic sono (anche e soprattutto) le reti televisive del leader di quel centrodestra che oggi (in particolare con An e Lega) soffia sul fuoco della xenofobia anti-immigrati, bollando perfino il pacchetto sicurezza del governo di centrosinistra come un “pannicello”. Per i più increduli, ecco la notizia:Ottomila euro per la cura della sua “immagine” pubblica, e cinquantamila euro per i diritti sul suo libro. E' quanto dovrebbe percepire, secondo fonti locali, Marco Ahmetovic, il rom 22enne condannato a sei e mezzo in primo grado per la cosiddetta “strage di Appignano del Tronto”, dove morirono, investiti dal furgone impazzito del nomade che guidava ubriaco, quattro minorenni tutti residenti del piccolo centro alle porte di Ascoli Piceno. A gestire “l'immagine” del ragazzo, che ora è detenuto agli arresti domiciliari in un appartamento di un residence di San Benedetto del Tronto - ma il Tribunale del Riesame di Ancona ha già chiesto il suo ritorno in carcere, accogliendo il ricorso della Procura di Ascoli contro le decisioni del GIP - e' l'agente di artisti e star dello spettacolo e del cinema Alessio Sundas. Tra Ahmetovic e l'agenzia di Sundas, che ha sedi a Firenze e Roma, sarebbero già intercorsi fax di conferma dei contratti relativi alla loro collaborazione, che dovrebbe fare del responsabile del tragico incidente di Appignano del Tronto una specie di protagonista del mondo della società rovesciata di oggi. Una società impazzita, secondo alcuni residenti del Piceno, indignati dopo il collegamento del programma tv “Verissimo” di Mediaset con il residence dove è ospitato il rom, e che non tiene conto "del dolore di tante famiglie colpite da una tragedia immane che ha colpito un intera comunità".
Se volete dire la vostra opinione a Sundas, questo è il suo sito internet, mentre qui c’è l’indirizzo di “Verissimo”, con tanto di numero di fax per inviare il curriculum.
Una delle poche cose buone che sembrano venire fuori dall'ultima Finanziaria, in un Paese con milioni di precari e gente che firma cambiali per arrivare a fine mese, è un emendamento del governo, il quale potrebbe stabilizzare migliaia di giovani (e meno giovani) che lavorano nella Pubblica Amministrazione, condannati finora a una vita di co.co.co e tempi determinati. Ma nell'esecutivo c'è chi "eroicamente" si oppone a questa spesa, già definita inutile dai valorosi quotidiani indipendenti di Confindustria: è l'ex premier e banchiere miliardario Lamberto Dini, che in forza dei tre senatori del suo neonato movimento "Liberaldemocratici", ha già annunciato le barricate contro il provvedimento a Palazzo Madama. Visto che si continua a parlare pochissimo di precari, a dispetto di qualsiasi manifestazione, invitiamo almeno i nostri pochi lettori a "ringraziare" Lambertow per le sue speculazioni di bottega politica, compiute sulla pelle di migliaia di persone. Del resto, si sa, negli uffici pubblici sono tutti fannulloni e amici di politici, perché mai assumerli con contratti stabili?
Gentile Senatore Dini,
Le scrivo per esprimere un forte disappunto riguardo al suo intento di non appoggiare un emendamento alla Finanziaria presentato pochi giorni fa dal governo, che se approvato porterebbe alla stabilizzazione di migliaia di precari della Pubblica Amministrazione. Credo che questo sia un provvedimento sacrosanto, che aiuterebbe a rendere dignitosa l'esistenza di persone che, pur facendo lo stesso lavoro dei loro colleghi a tempo indeterminato, non possono organizzare la propria vita come questi ultimi, e tantomeno come avevano fatto nei decenni scorsi i loro genitori. Sono sicuro che lei è d’accordo con me, tanto più che l’instabilità non consente a questi giovani (e meno giovani) di far “girare” l’economia, costituendo famiglie, acquistando abitazioni e beni, e quindi non rende possibile il pieno dispiegarsi della forza di quella “mano invisibile” pensata da Adam Smith, nella cui importanza sono sicuro che Lei crede. La invito quindi gentilmente a tornare sulla sua decisione, in vista della votazione a palazzo Madama di lunedì 5 novembre, anche perché come eletto nelle fila del centrosinistra lei ha sottoscritto un programma elettorale che prevedeva tra i suoi punti fondamentali proprio la lotta al precariato, nel settore pubblico e privato. Lo rispetti per favore, se possibile.
grazie
"Oggi che tutti riconoscono il valore del federalismo sarebbe bello che Napolitano chiudesse la legislatura nominando Bossi senatore a vita: lo merita e sarebbe anche un gesto di amicizia verso la Cdl, così penalizzata dall'istituto dei senatori a vita". Lo ha dichiarato il segretario della Democrazia Cristiana per la Autonomie, senatore Gianfranco Rotondi.
Usi il tricolore come carta igienica? Diventi senatore a vita della Repubblica Italiana. E’ quello che può succedere nel Belpaese (e dove se no?), se ti chiami Umberto Bossi e ti allei con quella destra che ancora oggi ha nel suo simbolo la fiamma tricolore. In Francia, Spagna o Germania, tutti la vedrebbero come una battuta, ma in Italia sembra essere una cosa seria: Bossi come la Montalcini e gli ex presidenti della Repubblica, sperando che nessuno poi vada a regalargli una stampella. Per chi ha la memoria corta, Bossi invita a usare il tricolore come carta da cesso in questo video.
In questo periodo si è parlato tanto (giustamente) della situazione in Birmania, ma c'è da notare che i media italiani sono fin troppo “selettivi”, specie quando si parla di esteri. Se il paese dei monaci buddisti fa notizia (e scena), molto meno ne fanno le tragedie in Africa, le carestie o ciò che viene raccontato, nell'articolo che segue, da una nostra amica che se ne è occupata lavorando in Rai.
Una decisione drastica, che le famiglie indiane prendono a causa di un’antica tradizione ancora diffusissima nel Paese: il pagamento della dote. Benché dal 1960 il Dowry Prohibition Act la vieti in tutta l’India, la consuetudine di donare al genero un’ingente somma di denaro al momento del matrimonio è rimasta intatta e continua a ridurre sul lastrico migliaia di famiglie ogni anno. Le madri si trovano quindi di fronte a una scelta: o morire di fame o abortire.
Data la diffusione del fenomeno e le conseguenze disastrose per le future generazioni, il governo indiano, su proposta del ministro per lo sviluppo della donna e del bambino Renouka Chowdury, ha deciso di intervenire istituendo un registro nazionale delle gravidanze. A partire dal dicembre 2007, tutte le future madri dovranno a iscriversi a una apposita lista e, se vorranno abortire, dovranno chiedere l’approvazione dei funzionari. In cambio lo Stato offre diversi incentivi: una somma di denaro al momento della registrazione, assistenza medica gratuita prima e dopo il parto, uno stipendio per i primi sei mesi di vita di ogni figlia femmina nata e studi gratuiti, università compresa, per tutte le bambine. Un piano che ha creato non poche polemiche, sia per gli alti costi e la scarsa attuabilità sia per le ingerenze nella vita privata delle madri.
“Mettere in pratica questa proposta sarà molto difficile - dice Chetan Chawan, giornalista del quotidiano indiano Hindustan Times, che ha realizzato un ampio reportage sull’argomento – E’ necessario avere delle squadre di operatori socio-sanitari che lavorino capillarmente in un Paese enorme e con più di un miliardo di abitanti, aprire laboratori che monitorino i dati raccolti e stanziare fin da subito ingenti somme di denaro. A mio parare è un progetto ambizioso che non credo possa funzionare”.
Ad essere contrarie anche molte associazioni per la difesa dei diritti umani tra cui WomenPowerConnect, organizzazione che dal 1999 si occupa dell’emancipazione femminile in India. “ Ci opponiamo al progetto del governo perché tutto il peso di un'eventuale scelta ricadrebbe solo sulle spalle della donna – afferma Kanta Singh, una delle responsabili di WomenPowerConnect- Invece di agire sull'intero nucleo familiare, lo Stato ha deciso di concentrarsi sulle madri, mettendole al centro della campagna contro l'aborto selettivo. In realtà le donne indiane non possono opporsi alle decisioni dei parenti e in alcune zone, soprattutto quelle rurali, non scelgono nemmeno quando andare dal dottore. E' quindi necessario coinvolgere anche la famiglia nell'iniziativa se si vuole combattere il problema”.
La sola regolamentazione delle interruzioni di gravidanza, quindi, non basta. E’necessario combattere quella mentalità, tipica della società patriarcale, che trasforma un evento felice come la nascita di una bambina in una vera e propria tragedia. La maggior parte degli esperti consiglia quindi al governo di cercare l’appoggio dei leader religiosi nazionali e locali, molto rispettati e ascoltati dalla popolazione, e di investire in campagne di sensibilizzazione che si concentrino soprattutto nelle zone rurali, dove gli aborti selettivi sono più numerosi.
L’antipolitica all’italiana è una fusione di tendenze: l’individualismo naturale di un popolo, la sua tradizionale diffidenza verso chi occupa posizioni di potere, ma soprattutto il malcontento per l’abitudine di spendere inutilmente i soldi dei contribuenti. Una delle più diffuse forme di malcostume è infatti quella di creare o mantenere in vita uffici ed enti inutili, da cui solitamente politici di varia tendenza hanno vantaggi più o meno diretti, anche economici.
Nella storia italiana, sono varie le figure di politici che hanno cavalcato l’onda dell’antipolitica: il più famoso è l’ex premier Silvio Berlusconi, ma negli ultimi tempi, viste le frequenti proteste “dal basso”, l’antipolitica parlamentare è tornata di moda, e tra i suoi massimi interpreti c’è stato sicuramente l’attuale ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro. In questo senso, l’ex Pm ha un’immagine perfetta: nella sua vita “precedente”combatteva da magistrato la corruzione politica, sta nel governo Prodi ma lo punzecchia di continuo, in particolare ce l’ha con l’emblema del “vecchio” democristiano, il Guardasigilli Clemente Mastella, da un lato appoggia il V-Day di Beppe Grillo e dall’altro, insieme al presidente di An Gianfranco Fini, propone una legge “bipartisan” per tagliare i costi della politica.
Tanto più strano, quindi, che un simile personaggio venga definito “uomo d’onore” dal Governatore democristiano (e plurindagato) della regione Sicilia, Totò Cuffaro, per aver tenuto in vita (votando con
Su questo, bisognerebbe porre all’ex magistrato tutto di un pezzo alcune domande, tipo quelle che ha formulato su “L’Unità”, Aldo Ferrara, professore all’Università di Siena.